Marco Bastianelli

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Ludwig Wittgenstein (1889-1951)

Ricerche filosofiche

Le Ricerche filosofiche sono un’opera pubblicata nel 1953, dopo la morte di Wittgenstein. Si tratta della versione più organica di una serie di appunti a cui Wittgenstein lavorò, in maniera più o meno continua, sin dagli anni Trenta.

Wittgenstein utilizzò il titolo “Philosophische Untersuchungen. Versuch einer Umarbeitung” per la revisione del 1936 del Brown Book. Secondo von Wright, egli utilizzò il titolo “Philosophische Untersuchungen” anche per la versione del 1938 di un dattiloscritto (TS220) noto come Proto-Philosophical Investigations. Negli stessi anni, decise di pubblicare queste note e, ai responsabili della Cambridge University Press, comunicò di volervi apporre il titolo “Philosophical Remarks”. Nel 1943, però, li contattò nuovamente con l'idea di pubblicare il testo in un unico volume insieme al Tractatus, affinché fosse chiara la differenza tra le due opere. Sulla cartella che consegnò all’editore scrisse il titolo “Philosophical Investigations”, che è anche quello dell’ultima versione a nostra disposizione del dattiloscritto (TS227). Nella cartella che conteneva il TS227, però, Wittgenstein scrisse a matita “Die Philosophie der Psychologie”.

Il testo delle Ricerche filosofiche è dunque il risultato di una lunga serie di revisioni, tagli e aggiunte. L’opera si divide in due parti. I paragrafi 1‑188 della prima parte derivano direttamente da una selezione fatta a partire dal Brown Book nel 1936 e confluita poi nel TS220 del 1937 (Proto-Philosophical Investigations). I paragrafi dal 189 al 242 e quelli dal 243 al 421 furono aggiunti nel 1944 durante un soggiorno a Rosro, in Islanda. La parte che comprende i paragrafi dal 422 al 693 fu scritta nel 1945-46, sulla base di una selezione da alcuni manoscritti del 1931‑45 (Bemerkungen I). La parte seconda, infine, fu scritta tra il 1947 e il 1949 a Cambridge e Dublino.

In conclusione, per quanto riguarda la composizione del libro, si possono rilevare almeno le seguenti fasi. Il TS220 (PPI) costituisce il nucleo da cui si sono sviluppate tutte le riflessioni successive. Il TS221 è la prima continuazione del precedente e tratta di filosofia della matematica e logica. Queste due prime parti (TS220+221) furono quindi riunite in una versione che Wittgenstein propose per la pubblicazione alla Cambridge University Press nel settembre 1938, salvo poi ritirarla dopo un mese (versione del 1938 delle Proto-Philosophical Investigations). La seconda metà di questo primo dattiloscritto è sostanzialmente identica con la parte I delle Osservazioni sui fondamenti della matematica.

Un secondo tentativo di continuazione delle Proto-Philosophical Investigations è quello offerto alla stampa nel 1943. Il testo è andato perduto ma, osservando i manoscritti tra il 1938 e il 1944, si può arguire che si occupasse principalmente di filosofia della matematica. Da questa versione deriva, probabilmente, la stesura definitiva delle Osservazioni sui fondamenti della matematica.

Un terzo tentativo, la cosiddetta “Versione intermedia” fu compiuto verso la fine del 1944 (con una prefazione datata 1945). In questo testo, però, le riflessioni di Wittgenstein cominciano a prendere direzioni diverse dalla filosofia della matematica. La discussione sulla matematica e la logica è infatti sostituita da osservazioni sul significato del “seguire una regola” e sullo statuto del “linguaggio privato”, nonché sulla chiarificazione dei concetti psicologici inerenti la comprensione del linguaggio. Da questo punto in poi, Wittgenstein non lavorerà più sulla filosofia della matematica.

La quarta continuazione è il testo definitivo delle Ricerche filosofiche, dal quale sono quasi assenti le osservazioni sulla filosofia della matematica. Esso nasce direttamente dalla versione intermedia, con l’aggiunta di alcune osservazioni tratte da Bemerkungen I.

L’opera si apre con una citazione dal poeta e drammaturgo Johann Nestroy, in cui si dice che «in generale il progresso comporta questa particolarità: di sembrare molto maggiore di quanto non sia in realtà». Questo motto fu inserito nel 1947, al posto di una frase di Hertz: «Quando queste terribili contraddizioni sono state rimosse, la domanda circa la natura della forza non dovrà essere risposta; solo allora le nostre menti, non più vessate, cesseranno di porre domande illegittime».

La scelta del motto di Nestroy è interessante, se si considera che Wittgenstein aveva intenzione di pubblicare le Ricerche assieme al Tractatus. Ebbene, è proprio confrontando questa citazione con le ultime righe della prefazione al Tractatus che si ricavano alcune informazioni preliminari. La critica ha posto l’attenzione sul fatto che le parole del motto non intendono accennare all’idea che, rispetto al Tractatus, non si sono fatti grandi progressi, ma piuttosto, all’idea per cui anche nelle Ricerche, come già nel caso dell’opera precedente, in filosofia non è possibile fare progressi, se non in direzione di una maggiore chiarezza del linguaggio.

Dal punto di vista della generale concezione della filosofia, dunque, le Ricerche non si discostano molto dal Tractatus. Tuttavia, se nell’opera giovanile Wittgenstein aveva privilegiato la logica come strumento per portare alla luce l’essenza del linguaggio, ora egli adotta un punto di vista diverso. È degno di nota, a tale proposito, quanto scrive in un brano del dattiloscritto noto come Big Typescript: «Quando descrivo determinati giochi linguistici semplici, non lo faccio per costruire gradatamente i processi del linguaggio evoluto o del pensiero [...], bensì presento il gioco in quanto tale e lascio che irradi la propria azione chiarificatrice sui problemi specifici».

Il metodo di Wittgenstein nelle Ricerche, in particolare, consiste nel criticare una tesi non semplicemente proponendone una alternativa, bensì costruendo “giochi linguistici”, ossia una sorta di esperimenti mentali volti a mostrare, di volta in volta, aspetti che la teoria che si discute manca di sottolineare. Il bersaglio principale delle critiche di Wittgenstein sono tutte le concezioni “essenzialiste” del linguaggio, ossia tali che lo riducono ad un’unica definizione. In particolare, Wittgenstein critica le dottrine del Tractatus che, a suo giudizio, ha assolutizzato il punto di vista della logica formale e ha celato l’infinita varietà di forme in cui il linguaggio viene adoperato nella vita quotidiana.

I paragrafi dall’1 al 27 riguardano la cosiddetta “immagine agostiniana del linguaggio”. Citando un passo delle Confessioni, in cui Agostino descrive il modo in cui, da bambino, aveva appreso il linguaggio, Wittgenstein delinea tre caratteri di una particolare immagine del linguaggio: secondo i sostenitori di questa prospettiva, esso è costituito di parole che sono nomi di oggetti e che, dunque, significano (denotano) oggetti; inoltre, le proposizioni sono connessioni di tali nomi; infine, attraverso l’analisi logica delle proposizioni si può scoprire la struttura della realtà oggettiva. Wittgenstein costruisce dunque varie situazioni che mettono in discussione, l’uno dopo l’altro, i caratteri di questa immagine del linguaggio.

L’immagine agostiniana del linguaggio si basa sulla possibilità di definire ostensivamente i significati delle parole ed è strettamente connessa alla nozione di analisi logica proposta dapprima da Russell e quindi nello stesso Tractatus. Nei paragrafi dal 28 al 64, Wittgenstein mette in discussione questi due caratteri, ponendo in luce come la definizione ostensiva non possa costituire un fondamento della connessione tra parola e oggetto, ma sia piuttosto una possibilità offerta dal linguaggio quando una connessione del genere sia stata stabilita nell’uso quotidiano. Per poter utilizzare o comprendere una definizione ostensiva, in altri termini, si deve già saper utilizzare la tecnica dell’associare nomi a oggetti, la quale implica una preliminare padronanza del linguaggio. Wittgenstein critica anche la nozione di oggetto semplice, che rispecchia quella di nome e che risulta fondamentale per l’analisi logica proposta dall’atomismo di Russell e nel Tractatus.

Il significato di una parola non è dunque la sua denotazione, ma l’uso che tale parola ha nel linguaggio. Di conseguenza, non si può parlare di un senso univocamente determinato, ma solamente di “somiglianze” nei diversi impieghi delle parole. Nei paragrafi dal 65 all’89, così, Wittgenstein introduce la nozione di «somiglianza di famiglia», che precisa quella di «gioco linguistico», ed afferma che il linguaggio si concretizza in varie forme, le quali non hanno in comune una pretesa “essenza” o “forma logica comune”, ma soltanto somiglianze «qua e là».

Nella parte successiva, fino al paragrafo 133, troviamo osservazioni che, in gran parte, riguardano la critica alla concezione del Tractatus e ribadiscono l’idea che la filosofia sia un modo per acquistare una visione «perspicua» nell’osservazione dei fenomeni del linguaggio. Al contrario del Tractatus, però, non vi è un solo metodo corretto per portare a termine questo compito, ma vi sono, piuttosto, «differenti terapie».

I paragrafi dal 134 al 142 tornano a criticare il concetto di «forma generale della proposizione», sostituendovi quello di «somiglianze di famiglia». Con questa discussione, Wittgenstein introduce il tema dei paragrafi seguenti fino al 184, ossia quello di che cosa significhi comprendere una proposizione: la comprensione non è un processo psicologico istantaneo consistente nell’afferrare entità come i “significati”. Piuttosto, la spiegazione del significato è data dalla grammatica del linguaggio e la comprensione di esso consiste nel saper padroneggiare una tecnica secondo regole. Tuttavia, tale tecnica non è data una volta per tutte, come se, ad esempio, vi fosse nella nostra mente un meccanismo oscuro per il quale, dato un input (circostanze o stimoli esterni), ne risulti automaticamente un output (il linguaggio). Questa immagine, che Wittgenstein critica radicalmente, è molto simile a quella del Tractatus e, come quella, lascia supporre che vi sia una maniera univoca e definitivamente stabilita per derivare tutte le espressioni sensate del linguaggio.

Nei paragrafi fino al 242 Wittgenstein approfondisce l’analisi del concetto di regola. Seguire una regola è qualcosa di strettamente connesso alle forme di vita in cui si concretizza il linguaggio. Come nel caso di alcuni giochi, le regole si fanno man mano che il gioco procede e non sono date, una volta per tutte, a priori.

La parte che va dal paragrafo 272 al 427 è una delle più complesse dell’intera opera. Witt­genstein vi critica la nozione di «linguaggio privato», secondo la quale la conoscenza del mondo esterno e degli altri sarebbe costruita a partire da un’originaria conoscenza delle proprie sensazioni isolate. Questo argomento è tipico della tradizione che comincia da Cartesio e giunge fino a Russell. Wittgenstein critica il ricorso alla nozione di linguaggio privato, mettendo il luce che ogni nostra conoscenza del mondo e degli altri comincia dalla realtà sociale in cui le reazioni e le sensazioni originarie si esprimono e vengono indicate con parole del linguaggio ordinario.

L’ultima sezione, fino al paragrafo 693, si occupa della grammatica della psicologia, un tema su cui Wittgenstein si concentrerà negli ultimi corsi di lezione. Infine, la seconda parte dell’opera riguarda i rapporti tra la ricerca filosofica e la grammatica del linguaggio, in particolare per quanto concerne la grammatica di parole come “vedere” e “comprendere”. I contributi più interessanti di questa sezione sono quelli sulla natura del vedere, in cui Wittgenstein discute alcuni esempi tipici di figure che possono essere viste in modi diversi, propri della psicologia della Gestalt.

Le Ricerche filosofiche sono un’opera complessa, che affronta numerose tematiche di grande rilievo. Dato il carattere non definitivo del testo, però, è spesso difficile isolare tali unità tematiche. Lo schema che abbiamo fornito non pretende di essere né esaustivo né l’unico possibile.