Dell’albero sul monte.
«Se volessi scuotere questo albero con le mie mani, non ci
riuscirei. Ma il vento, da noi non veduto, lo squassa e lo
piega dove vuole. Sono mani invisibili quelle che più orribilmente
ci squassano e ci piegano».
Allora il giovinetto si alzò, costernato, e
disse: «Ecco che odo Zarathustra e proprio ora pensavo a lui».
Zarathustra replicò: «E per questo sei spaventato? – Ma è per l’uomo
come per l’albero. Quanto più egli vuole elevarsi in alto e verso
la luce, con tanto più forza le sue radici tendono verso terra, in
basso, verso le tenebre, l’abisso – verso il male».
«Sì, verso il male! gridò il giovinetto. Come
hai potuto scoprire la mia anima?».
Zarathustra sorrise e disse: «Certe anime non
potranno mai essere scoperte, a meno che prima esse non vengano
inventate».
«Sì, verso il male! – gridò ancora il
giovinetto.
Hai detto la verità, Zarathustra. Da quando
aspiro all’elevatezza non ho più fiducia in me stesso, e nessuno ha
in me più fiducia, - come mai? Mi trasformo troppo rapidamente: il mio oggi è
la confutazione del mio ieri. Spesso salto gli scalini, quando
salgo, – e non vi è scalino che me lo perdoni. Quando sono in alto, mi ritrovo sempre solo.
Nessuno parla con me, il gelo della solitudine mi fa tremare. Che vado cercando nell’elevatezza? Il mio disprezzo e il mio anelito aumentano
insieme; quanto più in alto salgo, tanto più disprezzo colui che
sale. Che va cercando costui nell’elevatezza? Come mi vergogno del mio salire e inciampare!
Come derido il mio ansimare violento! Come odio colui che vola! Come
sono stanco nell’elevatezza!».
Qui il giovinetto tacque. E Zarathustra,
guardando l’albero presso il quale essi stavano, parlò così: «Questo albero si leva solitario, qui sulla
montagna; è cresciuto molto al di sopra dell’uomo e della bestia. E se anche volesse parlare, non avrebbe nessuno
che lo capirebbe: così in alto esso è cresciuto. E ora aspetta e aspetta, - che cosa aspetta
dunque? Esso abita troppo vicino alla sede delle nubi: forse aspetta
il primo fulmine».
Quando Zarathustra ebbe detto queste cose, il
giovinetto si mise a gridare con veemenza: «Sì, Zarathustra, tu dici
la verità. Quando volevo elevarmi, anelavo al mio tramonto, e tu sei
il fulmine che io attendevo! Guarda, che cosa è di me, da quando tu
sei apparso? È l’invidia verso di te che mi ha distrutto!». –
Così diceva il giovinetto, piangendo amaramente. Ma Zarathustra,
cingendolo del suo braccio, lo trasse via con sé.
Stavano già da un po’ camminando insieme, quando Zarathustra prese a parlare così: «Il mio cuore va in pezzi. Meglio ancora delle tue parole, il tuo occhio mi dice tutto il pericolo che tu corri. Ancora non sei libero, tu cerchi ancora la libertà. Il tuo cercare ti ha stremato con notti insonni e veglie eccessive. Tu aspiri alla libera elevatezza, la tua anima ha sete di stelle. Ma anche i tuoi istinti malvagi hanno sete di libertà. I tuoi cani furiosi vogliono essere lasciati liberi; essi latrano dal piacere nel loro sotterraneo, se il tuo spirito si propone di aprire tutte le prigioni. Per me tu sei ancora un prigioniero che almanacca sulla sua libertà: ahimè, l’anima dei prigionieri come te diventa intelligente, ma anche astuta e cattiva. Colui che è liberato nello spirito deve però anche purificarsi. In lui sono ancora molti i resti di carcere e di marciume: il suo occhio deve ancora diventare puro. Sì, io conosco il tuo pericolo. Ma, in nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttare via il tuo amore e la tua speranza! Ancora ti senti nobile, e nobile ti sentono anche gli altri, che ti detestano e ti lanciano occhiate malvagie. Sappi che a tutti è di ostacolo una persona nobile. Anche ai buoni è di ostacolo una persona nobile: perfino chiamandola buona, vogliono eliminarla. La persona nobile vuole creare cose nuove e una nuova virtù. Il buono vuole, invece, le cose vecchie e che si conservino. Ma il pericolo della persona nobile non è quello di diventare un buono, bensì uno sfrontato, un derisore, un distruttore. Ahimè, io ho conosciuto persone nobili che hanno perduto la loro speranza più elevata. E da allora calunniano tutte le speranze elevate. Da allora vivono sfrontatamente di brevi piaceri, e non riescono più a porsi neppure mete effimere. "Lo spirito è anche voluttà" - così hanno detto. Perciò hanno spezzato le ali al loro spirito: che ora striscia per terra e contamina ciò che rode. Un tempo pensarono di diventare eroi: oggi sono dei dissoluti. Davanti all’eroe provano rimorso e orrore. Ma, in nome del mio amore e della mia speranza, ti scongiuro: non buttar via l’eroe che è nella tua anima! Mantieni sacra la tua speranza più elevata!».
F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra.
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Da: Umano, troppo umano, Volume I.
62. Orgia di vendetta. Gli uomini
grossolani che si sentono offesi, sogliono prendere l’offesa nel
grado più alto possibile e ne narrano la causa con parole fortemente
esagerate, solo per potersi saturare ben bene del sentimento di odio
e di vendetta ormai destato.
149. Il lento dardo della bellezza. La
più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto,
che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza
suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi
inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova
davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia
giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci
riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia. Di che abbiamo
nostalgia alla vista della bellezza? Dell’essere belli: ci
immaginiamo che molta felicità debba andare a ciò congiunta. Ma
questo è un errore.
177. Farsi ben udire. Non bisogna solo
saper sonare bene, ma anche sapersi far ben udire. Il violino in
mano al più gran maestro emette solo un pigolio, quando la sala è
troppo grande; allora si può confondere il maestro con qualsiasi
strimpellatore.
186. Spirito. Gli autori più spiritosi
producono il sorriso più impercettibile.
226. Origine della fede. Lo spirito
vincolato accetta la sua posizione non per ragionamento, bensì per
abitudine; è per esempio cristiano, non per aver esaminato le varie
religioni e per aver scelto fra esse; è inglese, non per essersi
deciso per l’Inghilterra; egli semplicemente si è trovato davanti il
Cristianesimo e la qualità di inglese, e ha accettato le due cose
senza ragionarci sopra, come uno che, nato in un paese vinicolo,
diventa bevitore di vino. Più tardi, quando già era cristiano e
inglese, sarà forse anche riuscito a trovare alcune ragioni a favore
della sua abitudine; ma per quanto si demoliscano queste ragioni,
non si demolirà nulla della sua posizione. […] L’abitudine a
principi intellettuali non ragionati si chiama fede.
252. Il piacere del conoscere. Perché il
conoscere, l’elemento del ricercatore e del filosofo, è congiunto al
piacere? Primo e soprattutto, perché in esso si acquista la
coscienza della propria forza, ossia per lo stesso motivo per cui
sono gradevoli, anche senza spettatori, gli esercizi ginnastici.
Secondo, perché nel corso della conoscenza si superano, si vincono o
almeno si crede di vincere le idee vecchie e i loro esponenti.
Terzo, perché da una nuova conoscenza, sia pure molto piccola, ci
sentiamo elevati al di sopra di tutti e ci sentiamo gli unici
che al riguardo sanno il giusto. Questi tre motivi di piacere sono i
principali; tuttavia ci sono, a seconda della natura di chi conosce,
ancora molti motivi secondari. […] Tutto ciò che è umano
merita, riguardo alla sua genesi, la considerazione ironica;
perciò l’ironia nel mondo è così superflua.
258. La statua dell’umanità. Il genio
della civiltà si comporta come si comportò Cellini allorquando
lavorava alla fusione del suo Perseo: la massa fluida minacciava di
non bastare, ma essa doveva bastare: così egli vi gettò
dentro piatti e stoviglie e quant’altro gli venne sottomano. E così
anche quel genio getta dentro errori, vizi, speranze, chimere e
altre cose di metallo tanto nobile che vile, perché la statua
dell’umanità deve venir fuori ed essere finita; cosa importa dunque
che qua e là si sia impiegato materiale più scadente?
280. Appesantimento come alleviamento e
viceversa. Molte cose che in certi gradi dell’uomo sono
appesantimento della vita, servono a un grado superiore come
alleviamento, perché tali uomini hanno conosciuto più forti aggravi
della vita. Così pure accade l’inverso: per esempio, la religione ha
una doppia faccia, a seconda che l’uomo alzi lo sguardo a essa per
farsi togliere il suo fardello e la sua miseria, oppure lo abbassi a
essa come alla catena che gli è stata imposta perché non si sollevi
troppo in alto.
296. Mancanza di confidenza. La mancanza
di confidenza fra amici è un errore che non può essere biasimato
senza diventare irrimediabile.
299. I consiglieri dell’ammalato. Chi dà
i suoi consigli a un ammalato, si procura un senso di superiorità su
di lui, sia che essi vengano accolti, sia che essi vengano respinti.
Perciò gli ammalati eccitabili e orgogliosi odiano quelli che danno
consigli ancor più della loro malattia.
303. Perché si contraddice. Spesso
contraddiciamo un’opinione, mentre propriamente ci è antipatico
soltanto il tono con cui essa è stata espressa.
304. Fiducia e confidenza. Chi cerca di
ottenere di proposito la confidenza di un’altra persona, di solito
non è sicuro di possederne la fiducia. Chi è sicuro della fiducia,
annette scarso valore alla confidenza.
305. Equilibrio dell’amicizia. Spesso
nei rapporti tra noi e un’altra persona il giusto equilibrio
dell’amicizia ritorna, se poniamo qualche granello di torto nel
nostro piatto della bilancia.
309. Gentilezze. Alle persone che non
amiamo imputiamo a colpa le gentilezze che ci fanno.
310. Far aspettare. Un mezzo sicuro per
irritare la gente e metterle in testa pensieri cattivi è quello di
farla aspettare a lungo. Ciò rende immorali.
311. Contro i confidenziali. Le persone
che ci donano la loro piena confidenza credono di avere per questo
diritto alla nostra. Ciò è un errore; coi regali non si acquistano
diritti.
314. Pieno di riguardi. Il non voler
offendere nessuno, non voler ledere nessuno può essere segno sia di
un modo di pensare giusto, sia di un modo di pensare pavido.
320. Il più brutto. C’è da dubitare che
un gran viaggiatore abbia trovato in qualche parte del mondo zone
più brutte che nella faccia umana.
321. I compassionevoli. Le nature
compassionevoli, soccorrevoli nella disgrazia in ogni momento, sono
di rado quelle che partecipano insieme alle gioie altrui: nella
felicità degli altri esse non hanno niente da fare, sono superflue,
non si sentono in possesso sella loro superiorità e mostrano perciò
facilmente disappunto.
323. Prevedere l’ingratitudine. Chi
regala qualcosa di grande non trova riconoscenza, perché chi lo
riceve ha già troppo peso nell’accettarlo.
326. Tacere. Per le due parti il modo
più spiacevole di replicare a una polemica è quello di arrabbiarsi e
tacere: perché chi attacca interpreta di solito il silenzio come un
segno di disprezzo.
330. Ringraziamento. Un’anima delicata è
angustiata dal sapere qualcuno obbligato a ringraziarla; un’anima
gretta, dal sapersi obbligata a ringraziare qualcuno.
332. Arroganza nelle persone di merito.
L’arroganza nelle persone di merito offende ancor più che
l’arroganza degli uomini senza merito: perché già il merito offende.
335. Paura del prossimo. Noi temiamo una
disposizione ostile da parte del prossimo, perché abbiamo paura che,
grazie a questa disposizione, esso scopra i nostri segreti.
341. Troppo poco onorato. Le persone
molto presuntuose, a cui si sono mostrati segni di considerazione
inferiori a quelli che si aspettavano, cercano a lungo di ingannare
in proposito se stesse e gli altri, e diventano sottili psicologi
per dimostrare che l’altro li ha tuttavia onorati sufficientemente:
se non raggiungono il loro scopo, se il velo dell’illusione si
strappa, allora il disappunto le assale con forza tanto maggiore.
348. Offendere ed essere offesi. È di
gran lunga più gradevole offendere e chiedere più tardi perdono, che
essere offesi e accordare perdono. Chi fa la prima cosa, dà un segno
di potenza e poi di bontà di carattere. L’altro, se non vuol passare
per inumano, deve, già per questo perdonare; il godimento
dell’umiliazione dell’altro è, a causa di questa costrizione,
limitato.
351. Rimorsi dopo riunioni. Perché dopo
essere stati in compagnie ordinarie proviamo rimorsi? Perché abbiamo
preso alla leggera cose importanti, perché nel discorrere di persone
non abbiamo parlato con piena buona fede o perché abbiamo taciuto
dove avremmo dovuto parlare, perché all’occasione non siamo balzati
in piedi e non siamo andati via, insomma, perché nella compagnia ci
siamo comportati come se le fossimo appartenuti.
357. Sull’altare della riconciliazione.
Si danno casi in cui otteniamo una cosa da un uomo solo offendendolo
e inimicandocelo: questo sentimento di avere un nemico lo tormenta
tanto, che egli approfitta volentieri del primo segno di una
disposizione più mite per riconciliarsi e sacrifica sull’altare
della riconciliazione quella cosa che per lui prima rappresentava
tanto, che non voleva darla a nessun costo.
360. Contegno di fronte alla lode.
Quando i buoni amici lodano l’uomo d’ingegno, molto spesso egli se
ne mostrerà lieto per cortesia e benevolenza, ma in verità la cosa
gli è indifferente. Il suo vero essere è affatto inerte a tale
riguardo e non è possibile smuoverlo di un passo fuori dal sole o
dall’ombra in cui si trova; ma con la lode gli uomini vogliono
procurare una gioia e li si rattristerebbe, se non ci si rallegrasse
della loro lode.
368. Il talento dell’amicizia. Tra gli
uomini che hanno un particolare talento dell’amicizia si distinguono
due tipi. L’uno è in una costante ascesa e per ogni fase del suo
sviluppo trova un amico esattamente appropriato. Egli in tal modo si
acquista una serie di amici che sono raramente in connessione fra
loro, talvolta anzi in discordanza e in contraddizione: ciò
corrisponde pienamente al fatto che le fasi posteriori del suo
sviluppo annullano o pregiudicano le fasi anteriori. Un uomo simile
può essere detto scherzosamente una scala. L’altro tipo è
rappresentato da colui che esercita un’attrazione su caratteri e
ingegni molto diversi, sicché si acquista tutta una cerchia di
amici; questi però vengono in tal modo essi stessi in amichevoli
contatti fra loro, nonostante ogni diversità. Si dica un uomo simile
un cerchio: perché in lui quella congenialità di disposizioni
e nature così diverse doveva essere in qualche modo preformata. Del
resto il dono di avere buoni amici è in parecchi uomini molto più
grande del dono di essere un buon amico.
376. Degli amici. Rifletti solo per una
volta fra te e te come sono diversi i sentimenti, come divise le
opinioni, fra i conoscenti più stretti; come finanche opinioni
uguali hanno nella mente dei tuoi amici una posizione o forza tutta
diversa che nella tua; come in cento guise sorge occasione di
fraintendersi, di separarsi ostilmente. Dopo tutto ciò ti dirai:
com’è insicuro il terreno su cui poggiano tutte le nostre relazioni
e amicizie, come sono vicini i freddi acquazzoni o i brutti
temporali, come è isolato ogni uomo! Se uno si rende conto di ciò, e
inoltre del fatto che tutte le opinioni e la loro forma e forza sono
nei propri simili altrettanto necessarie e irresponsabili che le
loro azioni, se uno acquista occhio per quest’ultima necessità delle
opinioni a causa dell’inestricabile intrecciarsi di carattere,
occupazione, talento e ambiente – supererà forse l’amarezza di
quell’aspro sentimento, con cui quel saggio gridò: «Amici, non ci
sono amici!». Egli si dirà piuttosto: sì, ci sono amici, ma l’errore
e l’illusione su di te li hanno portati a te; ed essi devono aver
imparato a tacere per rimanerti amici,; perché quasi sempre tali
rapporti umani poggiano su ciò: che un paio di cose non vengano mai
dette, anzi non si sfiorino ma; se invece queste pietruzze finiscono
nell’ingranaggio, l’amicizia le segue e si frantuma. Ci sono uomini
che non sarebbero feriti mortalmente se venissero a conoscere che
cosa i loro più fidati amici in fondo sanno di loro? Dato che
conosciamo noi stessi e consideriamo il nostro stesso essere come
una cangiante sfera di opinioni e stati d’animo, e impariamo
pertanto a disistimarci alquanto, riportiamoci in quell’equilibrio
con gli altri. È vero, abbiamo buoni motivi per stimare poso
ciascuno dei nostri conoscenti, fossero anche i più grandi; ma
altrettanto buoni per rivolgere questo sentimento contro noi stessi.
E così sopportiamoci a vicenda, visto che sopportiamo noi stessi; e
forse verrà per ognuno anche un’ora più lieta in cui dirà: «Amici, non ci sono amici!» così gridò il
saggio morente. «Nemici, non ci sono nemici!» grido io, il
folle vivente.
377. La donna perfetta. La donna
perfetta è un tipo umano più alto dell’uomo perfetto: anche qualcosa
di molto più raro. […]
378. Amicizia e matrimonio. Al migliore
amico toccherà probabilmente la migliore moglie, perché il buon
matrimonio riposa sul talento dell’amicizia.
382. Padri e figli. I padri hanno molto
da fare per riparare al fatto di avere dei figli.
384. Una malattia da uomini. Contro la
malattia maschile del disprezzo di sé giova nel modo più sicuro
l’essere amati da una donna intelligente.
388. Differenti sospiri. Alcuni mariti
hanno sospirato sul rapimento delle loro mogli; la maggior parte nel
fatto che nessuno gliele abbia volute rapire.
390. Amicizia femminile. Le donne
possono stringere benissimo amicizia con un uomo; ma per poterla
conservare – a tal fine deve ben aiutare una piccola antipatia
fisica.
392. Un elemento dell’amore. In ogni
specie di amore femminile viene in luce anche qualcosa dell’amore
materno.
393. L’unità di luogo e dramma. Se i
coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più
frequenti.
394. Conseguenze abituali del matrimonio.
Ogni rapporto che non eleva abbassa, e viceversa; perciò gli uomini
scendono alquanto, quando prendono moglie, mentre le donne vengono
alquanto innalzate. Gli uomini troppo spirituali provano in ugual
misura bisogno e ripugnanza per il matrimonio, come per una
repellente medicina.
396. Voler innamorarsi. I fidanzati che
la convenienza ha uniti si sforzano spesso di diventare
innamorati, per sfuggire al rimprovero del freddo calcolo
utilitario. Così anche coloro che per il loro vantaggio si volgono
al cristianesimo, si sforzano di diventare veramente pii; giacché in
tal modo riesce loro più facile imparare la mimica della
religiosità.
400. Natura da Proteo. Per amore le
donne diventano veramente tali, quali esse vivono nell’immaginazione
degli uomini da cui sono amate.
401. Amare e possedere. Le donne amano
per lo più un uomo importante in modo da volerlo avere tutto per sé.
Volentieri lo metterebbero in clausura se la loro vanità non le
dissuadesse: questa vuole che egli appaia importante anche di fronte
agli altri.
404. Onorabilità e onestà. Quelle
ragazze che vogliono procurarsi col solo loro fascino giovanile una
sistemazione per tutta la vita e la cui furberia viene ancor più
aizzata da madri smaliziate, vogliono esattamente la stessa cosa
delle etère, solo che sono più intelligenti e più disoneste di
queste ultime.
405. Maschere. Ci sono donne che, per
quanto la si cerchi in loro, non hanno interiorità, sono pure
maschere. È da compiangere l’uomo che ha a che fare con tali esseri
quasi spettrali, necessariamente insoddisfacenti; ma proprio esse
possono eccitare al massimo il desiderio dell’uomo: egli cerca la
loro anima – e continua a cercare.
406. Il matrimonio come lungo dialogo.
In procinto di contrarre un matrimonio bisogna porsi la domanda:
credi tu di poter ben conversare fino alla vecchiaia con questa
donna? Ogni altra cosa nel matrimonio è transitori, mentre la
maggior parte del tempo della vita comune è presa dalla
conversazione.
407. Sogni di fanciulle. Le ragazze
inesperte si lusingano con l’idea che sia in loro potere rendere
felice un uomo; più tardi imparano che ciò significa né più né meno
che: un uomo è disprezzato se si suppone che ci voglia solo una
ragazza per renderlo felice. La vanità delle donne esige che un uomo
sia qualcosa di più che uno sposo felice.
410. Senza rivali. In un uomo le donne
notano facilmente se la sua anima è già occupata; esse vogliono
essere amate senza rivali e gli rimproverano gli scopi della sua
ambizione, i suoi compiti politici, le sue scienze e arti, se egli
ha una passione per tali cose. A meno che per esse egli non brilli –
allora sperano, nel caso di un legame amoroso con lui, di brillare,
anche loro, di più; quando le cose stanno così, favoriscono
l’amante.
411. L’intelletto femminile.
L’intelletto delle donne si manifesta come perfetta padronanza,
presenza di spirito, sfruttamento di tutti i vantaggi. Esse lo
trasmettono come loro qualità fondamentale ai loro figli, e il padre
vi aggiunge il fondo più oscuro della volontà. L’influsso del padre
determina per così dire il ritmo e l’armonia secondo cui si svolgerà
la musica della nuova vita; mentre la melodia di essa proviene dalla
donna. – Detto per coloro che sanno trarre profitto da qualcosa: le
donne hanno l’intelletto, gli uomini il sentimento e la passione.
Ciò non è contraddetto dal fatto che gli uomini giungano in realtà
tanto più lontano con il loro intelletto: essi hanno gli impulsi più
profondi e più forti; sono questi che portano così lontano il loro
intelletto, che di per sé è qualcosa di passivo. Spesso le donne si
meravigliano segretamente della grande venerazione che gli uomini
tributano al loro sentimento. Se gli uomini, nella scelta della loro
compagna, cercano soprattutto un essere profondo, pieno di
sentimento, e le donne invece un essere intelligente, fornito di
presenza di spirito e brillante, si vede in fondo chiaramente come
l’uomo cerchi l’uomo idealizzato e la donna la donna idealizzata,
ossia non l’integrazione, bensì il perfezionamento dei propri pregi.
413. I miopi sono innamorati. A volte
bastano già occhiali più forti per guarire gli innamorati; e chi
avesse forza d’immaginazione sufficiente per figurarsi un volto, una
figura più vecchia di vent’anni, passerebbe forse attraverso la vita
affatto indisturbato.
415. Amore. L’idolatria che le donne
professano per l’amore è in fondo e in origine un’invenzione
dell’accortezza, in quanto con tutte quelle idealizzazioni
dell’amore esse accrescono il loro potere e si presentano come
sempre più desiderabili agli occhi degli uomini. Ma con la secolare
assuefazione a questa esagerata valutazione dell’amore, è avvenuto
che esse sono cadute nella loro stessa rete e hanno dimenticato
quell’origine. Oggi esse stesse sono illuse ancor più degli uomini e
soffrono perciò anche di più per la delusione che quasi
necessariamente arriverà nella vita di ogni donna, nella misura in
cui essa abbia in genere abbastanza fantasia e intelletto per poter
essere illusa e delusa.
416. Sull’emancipazione delle donne.
Possono le donne in genere essere giuste, quando sono così abituate
ad amare, a sentire subito pro o contro? Perciò, anche, esse si
infiammano più raramente per una causa che per una persona; ma se si
infiammano per una causa, ne diventano subito partigiane,
sciupandone in tal modo l’azione pura e innocente. Così un pericolo
non piccolo sorge quando vengono loro affidate la politica e certi
settori della scienza (per esempio la storia). Giacché: che cosa è
più raro di una donna che sappia veramente che cos’è la scienza? Le
migliori nutrono addirittura in seno un segreto disprezzo nei suoi
riguardi, come se in qualche modo le fossero superiori. Forse tutto
ciò potrà cambiare, ma intanto è così.
418. Farsi amare. Poiché di due persone
che amano di solito una è la persona che ama e l’altra quella amata,
è sorta la credenza che in ogni affare amoroso ci sia una sempre
uguale quantità d’amore: quanto più una persona se ne prende per sé,
tanto meno ne resta all’altra. Eccezionalmente avviene che la vanità
persuada ciascuna delle due persone che è essa quella che
deve essere amata e così entrambe vogliono farsi amare: di qui
nascono, specialmente nel matrimonio, scene di ogni sorta, mezzo
buffe e mezzo assurde.
419. Contraddizione nelle teste femminili.
Poiché le donne sono tanto più personali che oggettive, nel giro dei
loro pensieri si conciliano tendenze che sono logicamente in
contraddizione fra loro: esse sogliono entusiasmarsi appunto, l’uno
dopo l’altro, dei rappresentanti di queste tendenze e accettano in
blocco i loro sistemi; tuttavia in modo che dappertutto si produca
un punto morto là dove più tardi una nuova personalità prenderà il
sopravvento. Accade forse che nella mente di una vecchia signora
l’intera filosofia consista meramente di tali punti morti.
420. Chi soffre di più? Dopo un diverbio
e alterco personale fra un uomo e una donna, una parte soffre per lo
più all’idea di aver fatto male all’altra; mentre quella soffre per
lo più all’idea di non aver fatto alla prima abbastanza male, per
cui con lacrime, singhiozzi ed espressioni sconvolte, si sforza
ancora dopo di amareggiarle il cuore.
421. Occasione di magnanimità femminile.
Mettendosi per una volta in pensiero al di sopra delle pretese della
morale, si potrebbe riflettere se per caso natura e ragione non
destinino l’uomo a più matrimoni successivi, all’incirca così:
dapprima, egli dovrebbe, all’età di ventidue anni, sposare una
ragazza maggiore di lui, che gli fosse intellettualmente e
moralmente superiore e potesse diventare la sua guida attraverso i
pericoli dei vent’anni (ambizione, odio, disprezzo di sé, passioni
di ogni specie). L’amore di costei si convertirebbe più tardi del
tutto in affetto materno, e non soltanto ella tollererebbe, ma
favorirebbe nel modo più salutare, che l’uomo contraesse nei
trent’anni un legame con una ragazza affatto giovane, di cui
prenderebbe a sua volta in mano l’educazione. Il matrimonio è un
istituto necessario per i vent’anni e utile, ma non necessario, per
i trenta: per la vita posteriore esso diventa spesso dannoso e
favorisce l’atrofia intellettuale dell’uomo.
426. Spirito libero e matrimonio. Gli
spiriti liberi vivranno con donne? In generale io penso che essi,
simili ai profetici uccelli dell’antichità, come coloro che nel
presente pensano il vero e parlano la verità, debbano preferire
volar soli.
427. Felicità del matrimonio. Tutto ciò
che è abituale intesse intorno a noi una rete di ragnatele che
diventa sempre più salda; e ben tosto ci accorgiamo che i fili sono
divenuti corde e che noi stessi vi stiamo in mezzo come un ragno che
vi si sia impigliato e che debba nutrirsi del suo stesso sangue.
Perciò lo spirito libero odia tutte le abitudini e regole, tutto ciò
che è durevole e definitivo, perciò lacera sempre di nuovo, con
dolore, la rete intorno a sé: benché in conseguenza di ciò sia
destinato a soffrire numerose, piccole e grandi ferite – giacché
quei fili egli li deve strappare da sé, dal proprio corpo,
dalla propria anima. Egli deve imparare ad amare là dove prima
odiava, e viceversa. Anzi per lui non deve essere affatto
impossibile seminare denti di drago nello stesso campo in cui già
fece traboccare i corni dell’abbondanza della sua bontà. Da ciò si
può capire se egli sia fatto per la felicità del matrimonio.
432. Dissonare di due consonanze. Le
donne vogliono servire, e trovano in ciò la loro felicità: e lo
spirito libero non vuole essere servito, e trova in ciò la sua
felicità.
486. L’unica cosa necessaria. Una cosa
bisogna averla: o uno spirito lieve per natura o uno spirito
alleviato dall’arte e dal sapere.
488. La calma nell’azione. Come una
cascata diventa nella caduta più lenta e sospesa, così il grande
uomo d’azione suole agire con più calma di quanto il suo
impetuoso desiderio facesse prevedere prima dell’azione.
489. Non troppo profondamente. Le
persone che afferrano una cosa in tutta la sua profondità, le
rimangono raramente fedeli per sempre. Esse hanno appunto portato
alla luce il fondo: lì c’è sempre molto di brutto da vedere.
492. La professione giusta. Gli uomini
durano raramente in una professione di cui non credano o si dicano
che essa è in fondo più importante di tutte le altre. Così accade
anche alle donne coi loro amanti.
494. Meta e vie. Molti sono ostinati in
relazione alla via una volta intrapresa, pochi lo sono in relazione
alla meta.
496. Prerogativa della grandezza. È
prerogativa della grandezza recare grande felicità con piccoli doni.
497. Nobiltà senza saperlo. L’uomo si
comporta involontariamente in maniera nobile, quando si è abituato a
non voler nulla dagli uomini e a sempre dar loro.
499. Amico. Il prender parte alla gioia,
non il prender parte al dolore, fa l’amico.
504. L’ipocrita più distinto. Il non
parlare affatto di sé è un’ipocrisia molto distinta.
508. La libera natura. Ci troviamo così
bene nella libera natura, perché essa non ha alcuna opinione su di
noi.
513. La vita come ricavato della vita.
Per quanto l’uomo possa espandersi con la sua conoscenza, apparire a
se stesso obiettivo: alla fine non ne ricava nient’altro che la
propria biografia.
517. L’intuizione fondamentale. Non c’è
nessuna armonia prestabilita fra il progresso della verità e il bene
dell’umanità.
518. Destino umano. Chi pensa
profondamente sa che ha sempre torto, comunque agisca e giudichi.
521. Grandezza significa: dare direzione.
Nessun fiume è di per sé grande e ricco: è il fatto di accogliere e
di convogliare in sé tanti affluenti, ciò che lo rende tale. Così
avviene con tutte le grandezze dello spirito. Ciò che solo importa è
che uno dia la direzione, che poi tanti affluenti dovranno seguire;
non che uno sia all’inizio poveramente o riccamente dotato.
523. Voler essere amati. La pretesa di
essere amati è la più grande delle presunzioni.
526. Dimenticare le vicende personali.
Chi pensa molto, chi pensa cioè oggettivamente, dimentica facilmente
le proprie vicende, ma non dimentica i pensieri che da quelle sono
suscitati.
541. Nel fiume. Le forti correnti
trascinano con sé molto pietrame e sterpaglia, gli spiriti forti
molte teste stupide e confuse.
542. Pericoli della liberazione spirituale.
Nella liberazione spirituale di un uomo, seriamente intesa, le sue
passioni e i suoi desideri sperano segretamente di trarne anch’essi
vantaggio.
543. Incarnazione dello spirito. Quando
uno pensa molto e intelligentemente, non solo il suo volto, ma anche
il suo corpo acquista un aspetto intelligente.
555. Soccorrevolezza pericolosa. Ci sono
persone che vogliono render pesante la vita agli uomini, per nessun
altro motivo se non quello di offrir loro in seguito le proprie
ricette per l’alleviamento della vita, per esempio il proprio
cristianesimo.
564. In pericolo. Si è maggiormente in
pericolo di essere investiti quando si è appena scansata una
macchina.
566. Amore e odio. L’amore e l’odio non
sono ciechi, bensì abbagliati dal fuoco che essi stessi apportano.
568. Confessione. Si dimentica la
propria colpa, quando la si è confessata a un altro, ma di solito
non la dimentica l’altro.
569. Contentezza di sé. Il vello d’oro
della contentezza di sé protegge contro le percosse, ma non contro i
colpi di spillo.
570. Ombre nella fiamma. La fiamma non è
così chiara a se stessa come agli altri a cui fa luce: così anche il
saggio.
572. Origine del coraggio. L’uomo
ordinario è coraggioso e invulnerabile, come un eroe, quando non
vede il pericolo, quando non ha occhi per esso. Viceversa: l’eroe ha
l’unico punto vulnerabile nel dorso, cioè dove non ha occhi.
580. Cattiva memoria. Il vantaggio della
cattiva memoria è che si godono parecchie volte per la prima
volta le stesse cose buone.
586. La lancetta della vita. La vita
consiste di rari momenti singoli di altissimo significato e di
innumerevoli intervalli in cui nel miglior caso ci si aggirano
intorno le ombre di quei momenti. L’amore, la primavera, ogni bella
melodia, la montagna, la luna, il mare – tutto parla solo una volta
veramente al cuore: seppure giunge mai a parlare. Giacché molti
uomini non hanno affatto quei momenti e sono essi stessi intervalli
e pause nella sinfonia della vita reale.
589. Il primo pensiero della giornata.
Il mezzo migliore per cominciare bene ogni giornata è: svegliandosi
pensare se non si possa in questa giornata procurare una gioia
almeno a una persona. Se ciò potesse valere come un sostitutivo
dell’abitudine religiosa della preghiera, il prossimo trarrebbe
vantaggio da questo cambiamento.
603. Amore e onore. L’amore desidera, la
paura evita. Da ciò dipende che non si possa essere insieme amati e
onorati dalla stessa persona, almeno non nello stesso spazio di
tempo. Giacché chi onora riconosce la potenza cioè la teme: il suo
stato d’animo è di rispetto-paura. L’amore invece non riconosce
alcuna potenza, nulla che separi, che distingua, che sopraordini o
subordini. Poiché esso non onora, gli uomini avidi di onori sono in
segreto o apertamente restii ad essere amati.
604. Pregiudizio per gli uomini freddi.
Gli uomini che prendono rapidamente fuoco, si raffreddano presto e
sono quindi complessivamente poco fidati. Perciò esiste verso tutti
coloro che sono sempre freddi o che a tali si atteggiano, il
favorevole pregiudizio che essi siano uomini particolarmente degni
di fiducia e sicuri; li si scambia con coloro che prendono fuoco
lentamente e lo mantengono a lungo.
606. Desiderio di profondo dolore. La
passione si lascia dietro, quand’è passata, un’oscura nostalgia di
sé e getta, ancora nello scomparire, un’occhiata tentatrice. Bisogna
pure che abbia procurato una sorta di piacere, l’essere stati
battuti dalla sua frusta. I sentimenti moderati appaiono al paragone
insipidi; si preferisce sempre, a quanto sembra, il dolore fisico
intenso al piacere fiacco.
625. Uomini solitari. Parecchi uomini
sono così abituati a star soli con se stessi, che non si paragonano
affatto con gli altri, e continuano a intessere la loro vita
monologica in una disposizione lieta e tranquilla, fra buone
conversazioni con se stessi e perfino con riso. Se invece li si
induce a confrontarsi con gli altri, essi inclinano a sottovalutare
se stessi con riflessioni sottili: al punto da dover essere
costretti a riapprendere solo dagli altri una buona, giusta
opinione sul loro conto; e anche da questa opinione appresa vorranno
sempre togliere, detrarre qualcosa. Bisogna dunque lasciare a certi
uomini la loro solitudine e non essere così sciocchi, come spesso
accade, da compiangerli a causa di essa.
Da: Umano, troppo umano, Volume II.
37. L’inganno dell’amore. Si dimenticano
molte cose del proprio passato e le si scaccia di proposito dalla
mente: cioè si vuole che la nostra immagine, che irraggia dal
passato verso di noi, ci inganni, lusinghi la nostra presunzione –
noi lavoriamo continuamente a questo inganno di noi stessi. E ora
credete voi, che tanto parlate e decantate l’«obliar se stessi
nell’amore», lo «sciogliersi dell’io nell’altra persona», che ciò
sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso? Dunque si infrange lo
specchio, ci si immagina in un’altra persona che si ammira, e si
gode poi la nuova immagine del proprio io, anche se la si chiama col
nome dell’altra persona – e tutto questo procedimento non
sarebbe inganno di sé, non sarebbe egoismo, gente strana! Io
penso che coloro che nascondono qualcosa di sé a se stessi e
coloro che a se stessi si nascondono come tutto, sono uguali in ciò,
che commettono un furto nella camera del tesoro della
conoscenza: dal che risulta contro quale reato ci metta in guardia
il detto: «conosci te stesso».
55. Moralmente più difficile dell’attacco,
la difesa. Il vero, eroico virtuosismo di un uomo buono non
consiste nell’attaccare la causa continuando ad amare la persona,
bensì nell’arte molto più difficile di difendere la
propria causa senza amareggiare e voler amareggiare il cuore
alla persona che attacca. La spada dell’attacco è schietta e larga,
quella della difesa termina di solito in un ago.
61. Veder brillare la propria luce.
Nello stato di oscuramento prodotto dall’avvilimento, dalla malattia
e dalla colpa, ci fa piacere vedere che per gli altri splendiamo
ancora e che essi scorgono in noi il chiaro disco lunare. Per questa
via indiretta partecipiamo anche noi alla nostra capacità di
illuminare.
74. L’errore più amaro. È cosa che
offende irreconciliabilmente lo scoprire che, là dove si era
convinti di essere amati, si era considerati solo come suppellettili
e ornamenti di camera, con cui il padrone di casa poteva sfogare con
gli ospiti la sua vanità.
75. Amore e dualità. Che altro è l’amore
se non comprendere e gioire che un altro viva, agisca e senta in
maniera diversa e opposta alla nostra? Per poter superare i
contrasti con la gioia, l’amore non li deve sopprimere Né negare.
Perfino l’amore di sé contiene come presupposto la non mescolabile
dualità (o pluralità) in una stessa persona.
77. Dissolutezza. La madre della
dissolutezza non è la gioia, bensì la mancanza di gioia.
225. La fede rende beati e dannati. Un
cristiano che cadesse in un corso di pensieri proibiti, potrebbe ben
chiedersi una volta: ma è veramente necessario che, oltre a
un agnello espiatorio che lo rappresenta, esista realmente un
Dio, se già la fede nell’esistenza di questi esseri
basta per produrre gli stessi effetti? Non sarebbero esseri
superflui, nel caso che dovessero esistere? Giacché tutto ciò
che di benefico, consolante e moralizzante, come anche tutto ciò che
di offuscante e opprimente la religione cristiana dà all’anima
umana, proviene da quella fede e non dagli oggetti di quella fede.
Accade qui non diversamente che in un caso ben noto: in realtà non
ci sono state streghe, ma i terribili effetti della credenza nelle
streghe sono stati gli stessi che se le streghe fossero realmente
esistite. In tutte quelle occasioni in cui il cristiano aspetta
l’immediato intervento di un Dio, ma aspetta vanamente – perché non
c’è Dio – la sua religione ha abbastanza inventiva per trovare
scappatoie e motivi per tranquillizzarlo: in ciò essa è sicuramente
una religione ricca di spirito. In verità finora la fede non ha
potuto ancora spostare nessuna montagna, benché qualcuno – non so
chi – l’abbia asserito; ma essa può mettere delle montagne dove non
ce ne sono.
251. Nella separazione. Non nel modo in
cui un’anima si accosta all’altra, ma nel modo in cui se ne
allontana, riconosco la sua parentela e affinità con l’altra.
264. Raffreddamento. Il riscaldamento
del cuore è di solito congiunto con la malattia della testa e del
giudizio. Chi per qualche tempo ha interesse alla sanità di
quest’ultimo, deve anche sapere che cosa deve raffreddare: senza
preoccuparsi per il futuro del suo cuore! Poiché, se in genere si è
capaci di riscaldarsi, si ridiventerà anche caldi e si riavrà la
propria estate.
266. Quando il pericolo è più grande.
Raramente ci si spezza una gamba finché nella vita si sale
faticosamente – ciò avviene quando si comincia a farsi le cose
facili e a scegliere le vie comode.
280. Crudele pensiero dell’amore. Ogni
grande amore porta con sé il crudele pensiero di uccidere l’oggetto
dell’amore, perché sia sottratto una volta per tutte al sacrilego
gioco del mutamento: giacché di fronte al mutamento l’amore
inorridisce più che di fronte alla distruzione.
287. La fonte del grande amore. Da che
nascono le improvvise passioni di un uomo per una donna, le passioni
profonde, interiori? In minima parte dalla sola sensualità: ma
quando un l’uomo trova insieme in un essere debolezza, bisogno
d’aiuto e nel contempo alterigia, accade in lui qualcosa, come se la
sua anima volesse straripare: è nello stesso momento commosso e
offeso. Qui sgorga la fonte del grande amore.
292. Rinuncia nella volontà di bellezza.
Per diventare bella, una donna non deve voler passare per carina:
cioè in novantanove casi in cui potrebbe piacere, deve disdegnare ed
astenersi dal piacere, per raccogliere un giorno il rapimento di
colui, la porta della cui anima è abbastanza grande per accogliere
il grande.
296. I migliori dissimulatori. Tutti
coloro che di regola hanno successo, posseggono una profonda
scaltrezza nel far apparire sempre solo come forze le loro
deficienze e debolezze; per cui le devono conoscere in modo
straordinariamente chiaro e preciso.
349. A un elogiato. Finché ti si elogia,
credi pure sempre che non sei ancora sulla tua strada, bensì su
quella di un altro.
348. Dal paese dei cannibali. Nella
solitudine il solitario divora se stesso, nella moltitudine lo
divorano i molti. Ora scegli.
364. Ragione di molta tetraggine. Chi
nella vita preferisce il bello all’utile, finisce certo, come il
bimbo che preferisce le caramelle al pane, col rovinarsi lo stomaco
e con guardare il mondo con molta tetraggine.
376. Pensatore a catena. A uno che ha
molto pensato, ogni nuovo pensiero che sente o legge, appare subito
in forma di una catena.
378. Che cos’è il genio? Volere un alto
fine e i mezzi per esso.
379. Vanità di lottatore. Chi in una
lotta non ha nessuna speranza di vincere o è manifestamente
inferiore, vuole tanto più che la sua maniera di lottare venga
ammirata.
384. Imperdonabile. Tu gli hai offerto
un’occasione di mostrare grandezza di carattere ed egli non l’ha
sfruttata. Non te lo perdonerà mai.
Da: Umano, troppo umano, Volume II,
Il viandante e la sua ombra.
59. Che cos’è «ostinato»? La via più
breve non è la più diritta possibile, bensì quella in cui i venti
più favorevoli gonfiano le nostre vele: così dice l’insegnamento dei
navigatori. Il non seguirlo significa essere ostinati: la
fermezza di carattere è qui contaminata dalla stupidità.
68. Si può perdonare? Come si può
in genere perdonare loro, se essi non sanno ciò che fanno? Non si
ha proprio niente da perdonare. – Ma sa mai un uomo
pienamente ciò che fa? E se questo rimane sempre perlomeno un
dubbio, allora gli uomini non hanno mai qualcosa da perdonarsi,
e essere clemente è, per il più ragionevole, una cosa impossibile.
Da ultimo: anche se i malfattori avessero veramente saputo
ciò che facevano – noi avremmo avuto comunque il diritto di
perdonare solo se avessimo avuto il diritto di accusa e di
punizione. Ma questo non l’abbiamo.
173. Ridere e sorridere. Quanto più lo
spirito diventa gioioso e sicuro, tanto più l’uomo disimpara a
ridere forte; per contro gli zampilla continuamente in viso un
sorriso intelligente, segno del suo stupore per le innumerevoli
piacevolezze nascoste della buona esistenza.
245. Nei rapporti intimi. Per quanto
strettamente certi uomini possano appartenersi, nel loro orizzonte
comune ci sono ancora tutti e quattro i punti cardinali, e in molte
occasioni essi se ne accorgono.
246. Il silenzio della nausea. Qualcuno
attraversa, come pensatore e come uomo, una profonda e dolorosa
trasformazione e ne fornisce poi pubblica testimonianza. E gli
ascoltatori non si accorgono di nulla! Lo credono ancora in tutto e
per tutto quello di prima! – Quest’esperienza comune ha fatto già
nausea a parecchi scrittori: essi avevano stimato troppo alta
l’intellettualità degli uomini e si sono ripromessi, constatando il
loro errore, il silenzio.
306. Perdere se stessi. Una volta che si
sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di
perdersi – e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un
pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una
stessa cosa.
324. Diventare pensatori. Come può uno
diventare pensatore, se non passa almeno una terza parte di ogni
giorno senza passioni, uomini e libri?
329. Quando è tempo di promettersi fedeltà.
Talvolta ci si smarrisce in una direzione spirituale che è contraria
alle nostre doti; per un certo tempo si combatte eroicamente contro
i flutti e i venti, in fondo contro se stessi: ci si stanca, si
ansima; ciò che si compie non dà nessuna vera gioia, si crede di
averci rimesso troppo, in questi successi. Anzi, si dispera
della propria fecondità, del proprio avvenire, e forse in mezzo alla
vittoria. Finalmente, finalmente ci voltiamo indietro – ed
ora il vento soffia nella nostra vela e ci sospinge nelle
nostre acque. Che felicità! Come ci sentiamo ceti della
vittoria! Solo ora sappiamo che cosa siamo e che cosa vogliamo,
ora ci promettiamo fedeltà e ci è lecito farlo – da
competenti.
332. Le tre cose buone. Grandezza, calma
e solarità – queste tre cosa abbracciano tutto ciò che un pensatore
desidera ed anche esige da sé: le sue speranze e i suoi doveri, le
sue pretese nel campo intellettuale e morale, perfino nella vita
quotidiana e anche nel paesaggio della sua dimora. A esse
corrispondono in primo luogo pensieri che elevano, in secondo
luogo pensieri che calmano e in terzo luogo pensieri che
rischiarano – ma in quarto luogo pensieri che partecipano di
tutte e tre le qualità e in cui ogni cosa terrena si trasfigura: è
la sfera in cui domina la grande trinità della gioia.
335. Morale per costruttori di case.
Quando la casa è costruita, bisogna togliere le impalcature.
339. Affabilità del saggio. Il saggio si
comporterà senza volerlo in modo affabile con gli altri uomini, come
un principe, e nonostante ogni diversità di ingegno, di classe e di
costumi, facilmente li tratterà come uguali: cosa per cui, non
appena essa sarà notata, gliene si vorrà.
344. Come bisogna vincere. Non bisogna
voler vincere, quando si ha la prospettiva di superare l’avversario
solo per la larghezza di un capello. La buona vittoria deve
far gioioso il vinto, deve avere qualche cosa di divino che risparmi
l’onta.
345. Illusione degli spiriti superiori.
Gli spiriti superiori fanno fatica a liberarsi di un’illusione: essi
si immaginano infatti di suscitare invidia presso i mediocri e di
esser considerati come eccezioni. In realtà invece essi vengono
considerati come ciò che è superfluo e di cui, se mancasse, si
farebbe facilmente a meno.
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Da: Umano, troppo umano, Volume I.
475. L’uomo europeo e il destino delle nazioni. Il commercio e l’industria, lo scambio di libri e di lettere, la comunanza di tutta la cultura superiore, il rapido mutar di luogo e di paese, l’odierna vita nomade di tutti coloro che non posseggono terra – queste circostanze portano necessariamente con sé un indebolimento e alla fine una distruzione delle nazioni, per lo meno di quelle europee; sicché da esse tutte, in seguito ai continui incroci, dovrà nascere una razza mista, quella dell’uomo europeo. Contro questa meta opera oggi, consapevolmente o inconsapevolmente, l’isolamento delle nazioni dovuto alla fomentazione di inimicizie nazionali, ma lentamente quel mescolamento fa lo stesso il suo cammino, nonostante le temporanee correnti contrarie: questo nazionalismo artificiale è del resto tanto pericoloso, quanto lo è stato il cattolicesimo artificiale, giacché è nella sua essenza uno stato d’emergenza e d’assedio, che è stato proclamato da pochi su molti, e ha bisogno d’astuzia, menzogna e violenza per mantenersi in credito. Non l’interesse dei molti (dei popoli), come ben si dice, bensì innanzitutto l’interesse di determinate dinastie regnanti e poi quello di determinate classi del commercio e della società, spingono a questo nazionalismo; una volta che si sia riconosciuto ciò, bisogna dirsi francamente solo buoni Europei e contribuire con l’azione alla fusione delle nazioni: alla quale impresa i Tedeschi possono collaborare con la loro vecchia e provata qualità di fare da interpreti e da mediatori dei popoli. Incidentalmente: l’itera questione ebraica esiste solo entro gli Stati nazionali, in quanto qui dappertutto l’efficienza e superiore intelligenza degli Ebrei, il capitale di spirito e di volontà da essi accumulato di generazione in generazione in una lunga scuola di dolore, sono destinati a prevalere in misura tale, da risvegliare invidia e odio, sicché oggi in quasi tutte le nazioni, cioè quanto più esse tornano ad assumere un atteggiamento nazionalistico – dilaga il malcostume letterario di condurre gli Ebrei al macello come capri espiatori di tutti i possibili mali pubblici e interni. Ma non appena si tratti non più di conservare delle nazioni, bensì di produrre una razza mista europea il quanto più possibile robusta, l’ebreo è come ingrediente altrettanto idoneo e desiderabile di qualsiasi altro residuo nazionale. Qualità spiacevoli, anzi pericolose, ha ogni nazione, ogni uomo: è crudele pretendere che l’ebreo debba fare eccezione. Quelle qualità possono essere in lui addirittura pericolose e temibili in misura particolare; e forse il giovane finanziere ebreo è l’invenzione più rivoltante della razza umana in genere. Tuttavia vorrei sapere quanto, in un calcolo complessivo, non si debba perdonare ad un popolo che, non senza colpa di noi tutti, ha avuto fra tutti i popoli la storia più dolorosa, e a cui si devono l’uomo più nobile (Cristo), il saggio più puro (Spinoza), il libro più possente e la legge morale di più vasta efficacia. Inoltre: nei tempo più oscuri del Medioevo, quando lo strato di nubi asiatico si era accampato pesantemente sull’Europa, furono liberi pensatori, dotti e medici ebrei, che tennero alto il vessillo del rischiaramento e dell’indipendenza spirituale, a costo della più dura costrizione personale, e che difesero l’Europa contro l’Asia; non è il nostro minor debito di gratitudine verso i loro sforzi, se alla fine poté ancora trionfare un’interpretazione del mondo più naturale, più conforme alla ragione e in ogni caso non mitica, e se l’anello di civiltà che oggi ci congiunge con la cultura dell’antichità greco-romana non fu spezzato. Se il cristianesimo ha fatto tutto per orientalizzare l’occidente, in compenso l’ebraismo ha essenzialmente contribuito a occidentalizzarlo sempre di nuovo: il che in un certo senso equivale a fare del compito e della storia dell’Europa una continuazione di quella greca.